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2 aprile 2004

Blu notte...

Due o tre cose che ora so sul terrorismo e la mafia.

Aveva cominciato con i delitti comuni. Adesso il giallista di «Blu Notte» punta più in alto. Il segreto? La sua squadra di detective, che qui presenta. E, scrive lui stesso, tre regole da osservare.

Articolo di Carlo Lucarelli.

Noi non siamo investigatori. Una volta, forse, quando abbiamo cominciato, sei anni fa, con Mistero in blu, prima, su RaiDue e Blu Notte poi, su RaiTre. Per tre anni ci siamo occupati di casi di cronaca, omicidi «privati» spesso di provincia ma non per questo meno drammatici e misteriosi, anzi, e allora, grazie ad Alessandro Riva e a Lorenzo Viganò, che frugavano tra sopralluoghi e testimoni, e grazie soprattutto al commissario Silio Bozzi della Polizia scientifica di Bologna che ci dava una mano, qualcosa di nuovo riuscivamo a scoprirlo. Una volta l'assassino di una ragazza, a Siracusa, ci fece trovare sul luogo in cui saremmo andati a fare le riprese, il luogo del delitto, gli indumenti della vittima, scomparsi un anno e mezzo prima.

Adesso non più. Da tre anni ci occupiamo di casi di respiro più ampio, anche se non più drammatici e feroci degli altri, «misteri italiani» che coprono vari anni, troppi, e si complicano con risvolti politici e sociali, toccando direttamente la nostra storia recente. Di più, quest'anno abbiamo cercato di raccontare la storia delle organizzazioni criminali, politiche, comuni o istituzionali non importa, dalle Brigate Rosse alla banda della Magliana, passando per la Camorra e per la 'Ndrangheta, partendo dal presupposto rivelatosi drammatica mente valido che si può raccontare questo paese attraverso la storia della sua «malavita» tanto quanto attraverso quella dei partiti politici, delle organizzazioni sindacali o istituzioni economiche. Una «metà oscura» della nostra storia altrettanto impor­tante e determinante di quella «chia­ra». Da tre anni, in un certo senso, sia­mo un po' come ricercatori, più storici che investigatori, nonostante le lettere e le mail che ci invitano ad occuparci di casi specifici, secondo quella con­vinzione, legittima e comprensibile e proprio per questo preoccupante, che tende ad attribuire alla televisione la possibilità di «fare qualcosa».

Per quanto mi riguarda, il mio lavoro assomiglia più a quello di uno studente universitario che a quello di un investiga­tore. Ricevo documenti e dossier dai giornalisti del «pool» di Blu Notte, Francesco La Licata, Nicola Biondo, Guido Ruotolo e Vincenzo Vasile, li studio, in­contro di nuovo il «pool» per vedere che cosa ho capito e cosa dobbiamo approfondire, esattamente come un laureando col suo relatore, esamino la struttura narrativa e il materiale video assieme a Giuliana Catamo e gli altri collaboratori, ascolto le interviste che abbiamo raccolto e alla fine scrivo una «tesi» di una quarantina di pagine sul­l'argomento, che sia Cosa Nostra o il Mostro di Firenze. Il punteggio, la boc­ciatura o la lode, li danno gli spettatori.

Bene, resto su di me, sulla mia por­zione specifica di lavoro all'interno di Blu Notte. Per quanto non sia più un investigatore, i problemi che incontro nel fare quello che devo fare restano sempre gli stessi.

Il primo è il rapporto con la verità. Lo scopo di ogni narratore, soprattutto quando si occupa della realtà, è di arri­vare ad una verità senza aggettivi. Non è possibile, non per certi argomenti e soprattutto non in Italia. Si può parlare di verità «giudiziaria», di verità «stori­ca», di verità «del buon senso» e anche di verità «politica» e possono benissi­mo essere molto distanti le une dalle altre. In televisione, come sulla carta stampata, vale solo la verità giudizia­ria, che è l'unica, quando è arrivata in giudicato, che ti permette di dire una cosa senza beccarti una querela. Ma che fare quando la verità «giudiziaria» non c'è, non convince o si contraddice in continuazione anche sulla base de­gli stessi elementi, come per Piazza Fontana? Stare zitti?

La verità storica, l'ho sentito dire di recente da Aldo Giannuli ma sono cer­to che lo hanno detto anche molti altri, non può dipendere dalla verità giudi­ziaria. Quello che cerco di fare io con l'aiuto degli altri collaboratori è pren­dere i fatti, spogliarli il più possibile delle sovrastrutture, sottoporli ad un controllo incrociato di verifiche docu­mentali e buon senso e poi metterli in fila, rendendo conto di tutte le inter­pretazioni che ci ruotano attorno. Il re­sto lo fa chi guarda, che se è davvero, come dice uno che se ne intende, «un bambino di undici anni» non è affatto «neanche troppo intelligente».

Il secondo è il rapporto con la comples­sità. I misteri italiani sono enormi, infiniti e complicatissimi, avviluppati da in­trecci, relazioni, passaggi di comparse e comprimari che vengono da altre storie altrettanto complesse. È anche per questo che restano tali, che restano mi­steri. Di fronte a questo enorme gomi­tolo la prima reazione è un'invincibile stanchezza. Qui è la narrativa che aiuta. La narrativa è sempre sintesi, è sceglie­re una serie di avvenimenti significativi e metterli in fila perché la storia vada avanti e arrivi da qualche pane. Questo è quello che facciamo noi, quello che faccio col mio contributo specifico di narratore, scelgo e metto in fila, cercando di non perdermi tra vecchie e nuove Brigate Rosse o tra le continue trasformazioni di più di cent'anni di Camorra.

Il terzo è il rapporto con l'emozione. Alcuni brutti fatti della nostra storia non ci dicono più molto. Perché crediamo di conoscerli troppo o perché non li conosciamo affatto. Io sono di Bologna e confesso con vergogna che ho ritrovato l'esatta percezione del significato di una cosa come la strage della stazione, soltanto rivedendo alcune immagini. A certe parole, a certi ricordi, mi ci ero abituato. Il compito della narrativa è anche questo, ridare alle parole il giusto grado di emozione. Parole come Cosa Nostra, atteggiamenti come l'accondiscendenza di certa politica verso certa criminalità, numeri come i chili di cocaina importati ogni anno in Italia dalle 'ndrine calabresi e che se riesci ad immaginare cosa ci sta dietro non sono più sol tanto numeri ma incubi.

Forse tutto questo non basta, ma un contributo, il contributo che la narrativa può dare al racconto della realtà e che molti narratori italiani fanno, nonostante le solite polemiche sul fatti che gli scrittori italiani non sappiano raccontare le cose eccetera eccetera. Lo facciamo in tanti. Io lo faccio. Lo dico senza falsa modestia: un po' credo di riuscirci. È l'unica cosa che so fare.

Tratto da “Il venerdì di Repubblica” del 2 Aprile 2004.




permalink | inviato da il 2/4/2004 alle 19:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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