11 marzo 2004
Carlo Lucarelli parla del suo nuovo libro.
Vi racconto l’Italia dei misteri.
Da Ustica e Bologna al mostro di Firenze e alla morte di due poliziotti. "Quello che mi infastidisce è il caso insolubile perché coperto dal segreto". "Più che altro adesso faccio lo storico ed esamino il materiale raccolto dai giornalisti".
Articolo di Loredana Lipperini.
Bologna. Ammesso che sia legittimo datare la nascita di una passione, in questo caso tre elementi sono comunque noti. L'anno: il 1977; la stagione: l'estate; il luogo: San Marino. Nei cinema si dava un film di Damiano Damiani, «Io ho paura». C'erano Erland Josephson e Gian Maria Volonté, un giudice che sa troppe cose e viene ucciso, e un brigadiere di polizia che lo vendica facendosi giustizia da sé. Metafora del malessere e della disgregazione di un paese impotente, scrissero i critici. In quell'estate, dunque, il film ha fra i non moltissimi spettatori un ragazzo di diciassette anni (che dunque ne aveva nove all'epoca di piazza Fontana, quattordici nell'anno dell'Italicus, sarà ventenne quando un Dc 9 si inabisserà nel mare di Ustica e, poche settimane dopo, la stazione di Bologna salterà in aria). Il ragazzo guarda quel riassunto di trame e controtrame, sbigottisce davanti alle storie di servizi deviati («ma come», si chiede, «non dovrebbero essere come le spie della vecchia tradizione?»), si stupisce ancora di più quando nota che «torna tutto, tutto, come in un buon giallo, come se esistesse parlando di finzione, di passione fantastica. Che storia, veniva da dire. Ma era vera». Infine, uscendo dal cinema, sente uno degli spettatori dire ad un amico: «Cose che succedono in Italia». E il ragazzo fa: «Ma come? A casa mia? Questo?».
Il ragazzo cresce, scrive, pubblica. Che i suoi romanzi siano ascrivibili al giallo o al noir o al poliziesco o a niente di tutto questo, poco importa: dal momento che il ragazzo è Carlo Lucarelli e oggi è lo scrittore in cui viene identificata la ormai affermata ondata del romanzo italiano di genere. Sono passati più di vent'anni da quel pomeriggio a San Marino, ma le vicende adombrate nel film sono ancora al centro dell'attenzione di Lucarelli: infatti, le ha raccontate in televisione, su Rai Tre, nel programma che conduce. Da «Blu notte. Misteri italiani» nascono due libri: prima “Misteri d'Italia” e, ora, “Nuovi misteri d'Italia”, che Stile Libero di Einaudi ha appena mandato in libreria (pagg. 213, euro 13,50). Dentro ci sono i buchi neri del nostro paese, Ustica e Bologna, i mostri di Firenze, e poi Wilma Montesi e Salvatore Giuliano, ma anche Alceste Campanile, il militante di Lotta Continua che morì nella campagna emiliana, e i poliziotti siciliani Agostino e Piazza, e il giornalista Beppe Alfano, e Pier Paolo Pisolini. Storie scelte insieme al gruppo che lavora alla trasmissione (le autrici Giuliana Catamo e Paola De Martiis, i giornalisti Francesco La Licata, Guido Ruotolo, Vincenzo Vasile, Nicola Biondo) «da un elenco enorme, che include tutti i casi che possono raccontare l'Italia. L'idea è quella di creare, ciclo dopo ciclo, un sussidiario nero della nostra storia. Nella nuova serie di Misteri d'Italia, che torna su Raitre in aprile, ci dedicheremo alle organizzazioni criminali».
Sembra la seconda fase della sua storia di scrittore: nella prima, i suoi romanzi prendevano spunto dalla cronaca nera. Adesso la racconta direttamente.
«Non è così raro per gli autori di giallo o di noir: ma è vero che io soffro particolarmente queste storie. Vivo da giallista, dunque ho un rapporto di amore e di odio con il mistero: nella finzione può essere insoluto, non insolubile. Quello che mi infastidisce qui è che sia insolubile. Non ci sono misteri, ci sono segreti. C'è qualcuno che sa tutto e non lo dice. Questo fa ancora più rabbia. Penso, per esempio, al caso che mi ha colpito di più».
La strage di Bologna.
«Sì, e non solo perché è la mia città, ma perché ha un risvolto particolare. C'è talmente tanto materiale sul momento esatto dello scoppio, che puoi renderti conto di cosa sia stato davvero. Ci sono i filmati delle televisioni private, le immagini, le storie, i volti dei genitori, dei parenti... Piazza Fontana è un buco in terra che devi riempire tu, con l'immaginazione. Qui vengono dati allo scrittore spunti narrativi che riprendono l'emozione di chi c'era. Questo, nella trasmissione, è il mio lavoro. Prima mi documento: i giornalisti riuniscono gli atti, i libri, i materiali di repertorio, le videocassette. lo leggo, guardo, metto in fila. Prima capitava che facessi l'investigatore per scrivere un romanzo: leggevo le carte relative a un caso di omicidio, pensavo al movimento che doveva essere avvenuto in una stanza, alle disposizioni delle macchie di sangue, e magari dicevo, no, non torna. Adesso, più che altro, faccio lo storico».
C'è una cosa che si dice spesso a proposito del poliziesco, e cioè che si fondi sul senso di impotenza nell'osservazione della realtà: a maggior ragione questo avviene quando il fatto raccontato è vero?
«Sì e no. Sì, perché nel poliziesco capisci che nella realtà la storia che hai raccontato non finirebbe così. E poi, a ben vedere, la storia stessa finisce come vuole lei e non come vuole lo scrittore. Scrivere un noir è come osservare qualcosa stando a mezz'aria. In racconti come quelli di “Nuovi misteri d’Italia” da una parte l'impotenza è maggiore: quel che stai narrando è accaduto veramente, come potrebbe essere peggio di così? Ma qui hai il contatto con le persone, ragazzi giovani che ti scrivono per chiederti come possono approfondire l'argomento, e quali altri libri possono leggere. Uno di questi, magari, un giorno scoprirà la verità».
Ed è questo che, secondo lei, sta a cuore al lettore? Tempo fa, in un'intervista, Andrea Camilleri ha citato Gramsci e un suo scritto sul romanzo poliziesco dove ne spiegava il successo con «la precarietà avventurosa della vita reale, che spinge al desiderio di essere consolati, o illusi, da un'avventura finta, predeterminata e con una soluzione».
«E ancora così, anche per i lettori di oggi. Ma non concordo su quel predeterminata: pagina dopo pagina, si scopre quasi sempre che quello che avevi in testa non c'è. A meno che non si parli del giallo classico».
C'è chi sostiene che in Italia non esista il giallo classico, e che in compenso si pubblichino troppi noir.
«Diciamo che ci sono troppi noir brutti. Ma questo è accaduto per ogni genere letterario di successo. Per anni siamo stati inondati da pessimo intimismo minimalista di ragazzini che imitavano i grandi maestri. Certo, sul giallo c'è questo tormentone ciclico per cui non sarebbe letteratura. Ci è tornato, di recente, Filippo La Porta. In questi casi mi coglie una stanchezza tremenda, mi viene da rispondere: sì, giusto, il giallo non è letteratura, è genere. E non ci sono più le mezze stagioni» .
Poi c'è anche chi dice che la letteratura, in Italia, non riesce a raccontare il reale, a differenza di quanto avviene in America.
«Rispondo: perché non ci provate? Perché le forze della narrativa che non appartengono al noir non si mettono in campo? E poi non è vero che il nostro American Tabloid non ci sia: ci stiamo avvicinando, un altro passo e arriverà. Ci stanno, ci stiamo andando in tanti: Giancarlo De Cataldo, i Wu Ming, Giuseppe Genna... Bisogna distinguere fra chi vuole praticare il genere e chi vuole fare altre cose dentro il genere. A noi sembra di raccontare la realtà dentro il genere. Non solo: abbiamo l'ambizione di incidere sulla realtà».
Una volta ha chiesto a Ellroy se raccontare la realtà serve a cambiarla.
«Già, ed Ellroy rispose: "Non me lo chiedo e non mi importa. Scrivo per me. Racconto storie". L'ho chiesto anche a Jeffery Deaver. Mi ha risposto: "Io scrivo per la mia carta di credito". Ma non è vero, non è esatto».
E se io lo chiedessi a lei?
«Le risponderei con la parabola di Giorgio Scerbanenco. Nella sua rubrica di posta per un settimanale femminile, riceve un giorno la lettera di una donna che vuole suicidarsi. Lui le scrive di non farlo, e in quella risposta mette tutta l'anima dello scrittore. Il giorno dopo legge in cronaca che la signora ha cercato di suicidarsi lo stesso. Tradimento, si dice Scerbanenco: scrivere, allora, è come mettere la mano davanti alla locomotiva. Non serve a niente. Ma non è finita. Un'altra signora, tempo dopo, gli scrive: vuole suicidarsi. Lui risponde, stavolta meno accorato: signora, non lo faccia. Lei riscrive: io lo faccio lo stesso. Lui insiste: non lo faccia. Insomma, dice infine Scerbanenco, sono tre anni che ci scriviamo, e ovviamente la signora è viva. Allora, la mano davanti alla locomotiva serve a farla almeno rallentare. Il senso della scrittura è quello, credo».
Tratto da “La Repubblica” del 10 Marzo 2004.
| inviato da il 11/3/2004 alle 8:41 | |
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